teggiano-eros Ora sta forando me


  Ora sta forando me...

© Mayo de May@

adult/05/01 – Modena – Italy – Dedicato ai miei lettori Svizzeri..

Ero persa, non riuscivo più a dialogare con gente della mia età.

Io, uscita da uno dei Licei più prestigiosi della capitale italiana non mi ci ritrovavo più in mezzo ai miei coetanei.

Il telefonino uccideva la lingua, la mangiucchiava, la trasformava, la rendeva incomprensibile alle mie orecchie e alla vista.

20 anni, secondo anno universitario e mi sentivo inadeguata in quei dialoghi senza senso che si usava tra noi.

Anche nei fatti amorosi ero una frana.

Come fai a far l’amore o innamorarti con chi parla a smozzichi o inventa neologismi ogni giorno?

Esagero, lo so.

Forse sono una purista ma dovrei eccitarmi a questi messaggi?

“ G.. Fuori ci sono i Pinguini, cmq ti strappo alle vent. Ke ne dic. Di 1a strap in pub-bir?”

Che tradotto e decrittato voleva dire: “Sono Giorgio, fuori fa molto freddo, comunque ti vengo a prendere alla venti in punto. Che ne diresti di una birra al solito Pub?”

Ho rifiutato l’invito.

Sono rimasta a casa a scrivere poesie.

Un giorno ho bucato con una gomma della macchina.

Disperazione.

Ero agghindata per un matrimonio e in ritardo.

Un automobilista di circa trent’anni si era fermato.

-          Serve aiuto, Signorina?-

-          Mi servirebbe un aeroplano o un Taxi… Mi scusi.-

-          In ritardo?-

-          Si, si. –

-          Salga la porto io. Non si preoccupi non ho il vizio dello stupro. Non costringo le donne a mutarsi in alberi.-

Questo richiamo classico ad un personaggio mitologico mi fece sorridere.

Chiusi la macchina nel parcheggio e salii incosciente ma per nulla allarmata.

Non era brutto come ragazzo.

Occhi vivi, intelligenti e nessuna inflessione nella voce: italiano purissimo.

Inutile dirvi che sono bella, vergine e so difendermi con la lotta giapponese.

La gonna mi era salita alla coscia nel sedermi ma Lui faceva finta di non vedere nulla, non un mutamento nei suoi occhi, non un lampo di quelli che ben conoscevo nello sguardo di certa gente.

Incominciammo a parlare del più e del meno, forse per vincere il nostro imbarazzo.

Dal tempo alle rispettive occupazioni, al nome, all’etimologia del nome, alla risata..

Era uno che diceva di fare il mestiere più comodo, mantenuto dai genitori, ma si sentiva l’autoironia nel tono di voce.

Era Architetto.

Mi piaceva, ne ero certa.

Parlare con uno che parla la tua lingua eccitava.

Arrivammo nei pressi della chiesa, smontai, mi guardo’.

-          A che ora vengo a prenderti per riportarti alla macchina?-

Il tono caldo, indifferente alla risposta che avrei dato mi conquistò.

Il suo passare al tu colloquiale non mi offendeva.

-  Non lo so ancora, Il mio telefonino e’ ********** prova verso le 18.OO. Ti darò una risposta precisa.-

 Ripetè il mio numero senza prendere appunti.

-          Ok. Laura, proverò.. A questa sera.-

 

Alle 18.00 in punto, o quasi, il mio telefonino squillò: la prova del nove per me.

-          Sono Francesco, sempre decisa a dirmi di no?-

-          Ci sto pensando, mio adult, Giove, non approverebbe.-

-          Divina, so di essere un brutto mortale, ma..-

-          Non dirlo. Passa a prendermi, ricordi il posto?-

-          Sono già in QUEL posto.-

La mia risata si perse nell’etere: sicuro l’uomo!

Mi piacciono gli uomini sicuri.

 

Passammo, ricordo, la serata in macchina al parcheggio accanto alla mia macchina che aveva riparato trovando il mio bagagliaio aperto, come al mio solito, distratta con le macchine.

Era un piacere ascoltarlo, passava da un argomento all’altro in continuazione e tutti argomenti che conoscevo e mi piacevano, il tutto condito con una lingua elegante e perfetta, sicura, non smozzicata.

Incominciai a pensare alla sua lingua fisica.

Come si seduce un uomo?

Come lo si seduce la prima sera?

Le mie ginocchia non si turbavano più se la gonna saliva il alto mostrando pelle che non si doveva mostrare e, forse, anche mutandine segrete e calze autoreggenti.

Mai, però, lo colsi in fallo.

Non mi degnava di uno sguardo, si sforzava di ignorare le mie gambe.

Alla fine decisi di rincasare.

Mi allungò una mano sul collo, mi attirò a se senza violenza.

Mi avvicinai, labbra su labbra, aspettavo la lingua che non venne.

Ma lo capiva che volevo baciarlo?

Lo capì.

Restammo incollati per un quarto d’ora circa.

Le lingue si conobbero bene ma le mani restarono lontane.

Andai a casa a 30 chilometri all’ora, sognavo ancora quella lingua.

 

Lo risentii tre giorni dopo, niente MSG.

 

La casa colonica ristrutturata era disabitata, solo cagnacci alla catena.

-          Ti piace?-

-          Era dei miei nonni, ora e’ mia. Vuoi vedere il camino acceso?-

Sapevo che ero alle strette, se fossi entrata sarebbe successo qualche cosa, forse anche di riuscire da quella casa senza verginità.

Forse ero stufa di esser vergine.

Entrai.

Lo guardai accendere il camino, mi sdraiai sul tappeto pulitissimo, mi passo i cuscini.

Incominciava a far freddo dentro a quella casa dai grossi muri.

Mise la testa sulle mie cosce.

Incominciò a raccontarmi una favola.

La Principessa del Pisello, la mia preferita da made in italy.

Come la raccontava bene mio nonno, mimandola.

-          Ma tu li hai tanti materassi?-

Chiesi ridendo.

-          Al piano di sopra vi è un letto matrimoniale. Potremo usare quello se vuoi dormire.-

-          Dormiremmo?-

Mi guardò serio.

-          Ascolta, me lo chiederai tu quando sarà tempo, vuoi.-

-          Son vergine.- Mormorai.

-          Sarò delicato.-

-          Io penso che debba accadere tutto o niente, capisci?-

-          Capisco, aspettiamo a conoscerci, vuoi?

 

Passarono sei mesi di baci e soltanto baci, ero esasperata dentro.

Volevo e non volevo, anche per me tutto o niente.

Un tutto che significava davvero tutto.

 

-          Mi fai vedere il letto?-

-          E’ ora?-

-          Si, è ora.-

Salimmo quelle scale come salire sulla montagna più alta, dove l’ossigeno mancava sempre.

Mi spogliò delicatamente e senza fretta, io ero troppo eccitata e intimidita per farlo.

Mi citò Paolo e Francesca mentre mi spogliava.

Lo fece con una voce roca che denotava il suo stato d’animo, eccitato più di me.

Mi depositò sul letto a gambe aperte, non mi vergognavo con lui.

Si spogliò guardandomi e citando una poesia del Lorca, azzeccatissima per quello che sarebbe successo.

Poi non lo udii più.

Un uccello magico volava sulla mia rosa aperta e calda.

Un Colibrì, pensai sentendo le sue ali accarezzarmi tutta, succhiare il mio delicato sapore di miele marino.

La mia perla sensibilissima, il mio punto atomico, la mia centrale elettrica.

Un Colibrì esperto, delicato che mi porto velocemente all’acme ad altro acme.

Non avevo mai goduto cosi, era bello, intenso, eccitante.

Mi bagnavo e mischiavo saliva a miele del mio roseto.

Le sue dita da pianista suonavano un a solo per me, mi portavano oltre me stessa, oltre la casa in uno spazio che conoscevo poco.

Poi lo sentii salire, strusciare sul mio corpo la sua lancia bellissima che mi avrebbe trafitta a sangue.

Una lancia ardente, una chiocciola magica che lasciava una striscia umida dietro di se.

Conoscevo poco il membro maschile ma lo giudicai bene.

Era il membro più membro di tutti quelli visti e toccati prima.

Sarei riuscita a prenderlo tutto?

Ero bagnatissima, sentivo i miei umori anche sul retto, nelle cosce e chiusi gli occhi sentendolo davanti e pronto ad entrare.

Lo sentii farsi strada nella mia carne, un pizzicore e lo sentii sulla cervice: era tutto dentro.

Che strana sensazione mai provata sentirlo muovere nel mio ventre ora aperto per lui da lui.

Era un sentire fisico, non erotico, quello non lo conoscevo ancora.

Ne sentii le varie spinte in me, provai il mio seno che si muoveva a quel ritmo.

Tutto il mio corpo si muoveva dentro.

Anche il mio cervello assecondava l’onda di fuoco.

Era bello, era divino, volevo esser piena di Lui.

Sentirmi in lui.

Furono minuti strani, pazzeschi.

Sentii che mutava un poco, sembrava gonfiarsi di più, sembrava vivo, di vita propria.

Capii, mi stava inondando tutta di se.

Il caldo che si espandeva veloce, un caldo leggero ma sentito, la “cosa” che mi travolgeva a quel calore antico, urlai, godevo anch’io con lui.

Il mio primo orgasmo da dentro.

Incredibile.

Non me lo aspettavo.

Tremai tutta abbrancandolo, non facendolo uscire da me.

Le nostre gole riarse, il respiro mozzato e nello stesso tempo cercante aria.

Mi rilassai, non capii.

Entrava sotto.

Si mi forzava l’ano.

Dalla stessa posizione del missionario.

Sentii più male di prima, un bruciore localizzato e intenso, non urlai e non dissi di no, lo volevo anche io e lo volevo anche in bocca.

Il bruciore si calmò un poco, mi abituai pian piano ad una cosa che non stimolava niente se non il piacere di essere sua.

Poi lui urlò piano un urlo belluino, veniva, lo sentivo, veniva dentro di me nel posto più segreto di una donna.

Restammo a letto per ore, ci prendemmo e ci riprendemmo senza lavarci, eravamo sudore, sangue e piacere.

La macchia sulle lenzuola diceva la mia sofferenza passata, ora il sangue mi chiudeva le ali di farfalla turgide ed esacerbate, come la clitoride sensibilissima.

Tutta colpa di un chiodo che forò la mia ruota ed ora sta forando me.