teggiano-eros Il sorriso da oca..

Il sorriso da oca..

Mayo de May@.
© 2000-2002
26/03/01

 

Ero la figlia di un capo, dovevo comportarmi da tale.
Le ancelle del vincitore mi stavano lavando come se fossi una cosa sozza, incivile, barbara.
Si, ero barbara ma per loro, maledetti romani.
Schiave senza orgoglio appartenute alla mia gente.
Il loro sorriso ebete dimostrava cosa erano, oche prigioniere, felici di esserlo.
Ero arrivata quella mattina con altre schiave prese al campo di mio adult sconfitto in battaglia, caduto in battaglia come deve cadere un capo.
L'avevo visto al campo il generale romano dalla bianca corazza macchiata di sangue.
L'elmo piumato, lo sguardo fiero indicare me e le mie sorelle, preda personale si mormorava in quella
  lingua romano-celtica, bastarda, che si usava al campo con i prigionieri.
Personale di chi?
Di Marco, l'eroe di quella giornata?
L'uccisore di mio adult e di mio marito?
Avevo cercato di uccidermi con un pugnale ma i legionari erano stati più svelti a buttarmi a terra e fermarmi violentemente sul corpo trafitto di mia bocchini.
Quando la mia daga alla gola stava per ricongiungermi ai mie, la voce, il comando: - È dell'Imperatore, fermatela.-
Erano passate tre settimane da quel giorno della mia prigionia.
Ora mi lavavano per lui, il mio padrone, Marco, il biondo generale: l'Imperatore mi aveva ceduta a Lui come ricompensa di quella battaglia. Il campo era ordinato, quasi stabile, con steccati di legno e alcune mura già alzate.
Si vedeva l'ordine romano.
L'ordine della legione.
Ogni tenda al suo posto, ordinata con le altre come manipoli ben saldi.
Qui i veri romani, la gli ausiliari e i traditori della mia gente, gli alleati.
Al centro la grande tenda bianca dell'Imperatore, il ragno che governava il destino di tutti
Mi unsero con oli profumati mai sentiti, mi pettinarono anche il rosso vello tra le gambe.
Mi copersero di veli, mi portarono sul suo letto da campo.
Due schiave restarono a vegliarmi, non dovevo uccidermi.
L'attesa, la morte nel cuore e la carne fredda di odio.
Sarei stata sua, solo stata come una statua di pietra.
Entrò, uscirono le schiave.
Era giovane per un capo così importante.
Alto come un guerriero di mio adult, sorridente come un bimbo.
Non disse nulla, si avvicinò spogliandosi dalla corta tunica rossa.
Anche la sua daga era rossa in punta.
Quella daga che mi avrebbe trafitto più volte uccidendomi nel mio orgoglio di donna libera.
Mi prese le caviglie, mi costrinse ad aprire le gambe, mi guardò.
Ci guardammo per lungo tempo.
Qualcosa del mio sguardo lo attrasse, smise di sorridere, ma si inginocchiò ai miei piedi.
Conosceva molte parole della mia lingua, lo capii.
Potevo scegliere tra due lame, la sua o quella d'acciaio che aveva conosciuto mio adult.
Feci si con la testa a quest'ultima.
La sua voce era calma, decisa, sarei morta da figlia di Capo.
Si alzò, la raggiunse, la sguainò.
Un largo gladio spagnolo dal manico di osso e oro.
La sentii tra le mie cosce, sarebbe entrata quella lama?
La fredda punta mi aperse il fiore, un petalo la e uno di qua ma con una delicatezza tale da risvegliare in me paura e desiderio.
Il freddo acciaio mi riscaldava dentro.
Giocò con il mio sesso e la mia vita.
Poi disse freddo: - Puoi gettarti sopra la punta, io ti finirò alla gola.-
Non mi mossi e non risposi, allargai di più le gambe come per desiderare una morte rapida, lo sfidavo con il gesto e gli occhi.
La lama era di fronte al fiore aperto, un fiore di morte o di vita, se avessi avuto il coraggio di farla entrare sarebbe stata morte certa.
La daga si mosse, spari da me.
Perché?
La sentii cadere e Marco piegarsi come per raccoglierla ma non raccolse quella.
Aveva deciso Lui la mia sorte.
Le sue labbra presero il posto della punta d'acciaio, erano calde e morbide.
Il mio brivido istintivo mi colse di sorpresa, scoppiò in me il desiderio d'amore e non volevo ma la mia carne cedeva.
Volevo la sua spada, non le sue labbra.
Cercai si scappare ma le sue forti mani mi bloccarono dall'interno le cosce aperte per aprirle ancora di più.
La sua lingua come una freccia dannata scattò in avanti penetrandomi e sentii la mia carne gemere ferita da frecce di desiderio.
La vergogna di me mi paralizzava.
Ero rossa fuoco.
Sentivo, sentivo la vita.
Il cuore battere nel petto, i capezzoli irti come domati, gli occhi aperti non vedevano nulla.
Emisi un debole lamento, non volevo, non volevo ma stavo ferma, mi paralizzava.
Furono ondate di ricordi, belli e brutti, sangue e lacrime e furono ondate di piacere non volute, non cercate, odiate e desiderate, respinte ma sentite.
Urlavo e piangevo ma le mie mani accarezzavano quella testa traditrici.
Mi lasciai andare alla piacevole tortura e più pensavo alla morte e più godevo la vita.
Ero bella, calda e prigioniera.
Ed ero nuda ora, nuda con me stessa.
Col mio essere donna, femmina, fragile puttana per odiati romani.
Quando il soffio della luna mi raggiunse urlai trascinata altrove, lontano dai miei morti: erano morti e basta.
Le mie mani su quei riccioli dorati spingevano in basso, volevo esser trafitta, lo volevo ora e quando si alzò bagnato da me e mi penetrò col la sua daga di carne mi sentii sua guaina di carne godente.
Fu delicato e forte, un bianco toro da sacrificare agli Dei del bosco, miracoloso, suadente, desiderato.
Quando tentò l'assalto al mio fortino fui io a farlo entrare, ero sconfitta.
Ora ero morta.
Avevo scordato i caduti, tutti.
Fu una notte interminabile, rinacqui e morii più volte col suo seme in ogni mia ferita di carne insaziabile e calda.
Poi venne l'alba e lui raccolse la spada.
-  Spaccami il cuore, ora.-
Chiesi decisa.
- Perché con la spada? Sarai mia per sempre.-
Il suo sorriso e la sua sicurezza mi piegarono, capii il sorriso delle schiave, se le trattava così come trattò me avrei aspettato il mio turno col sorriso da oca.