teggiano-eros
| Uno splendido mare |
| © Mayo de May@ |
| lunedì 18 giugno 2001. |
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Lo stavo guardando nelle sua
nudità. |
| Pelle abbronzata tranne un
triangolo bianco reso scuro dal pelo nerissimo e quasi liscio come gli
orientali. Il largo petto glabro che si sollevava nel respiro profondo e ritmato come il battito di un orologio. Che contrasto tra quel corpo abbandonato nel sonno e quello che poco prima mi cavalcava con passione e desiderio. extremo della mia carne. Chissà cosa sognava la sua mente? La mia carne rosa? I miei baci appassionati? Il mio sedere accogliente? Il mio corpo bianco di rossa ancora vergine di sole quest'anno, contrastava con quel corpo bronzeo di marinaio seccato dal vento del mare. Lo amavo quell'uomo. Lo amavo di un bene profondo che mi teneva sempre al limite delle lacrime di gioia. Amavo il sesso e quello che mi dava il suo sesso, ma non era solo quello, era altro, un altro fatto di tenerezza, dolcezza, coccole, discorsi dolci come il miele. Mi sentivo sciogliere quando lo vedevo, mi sentivo morire quando si spogliava e vedevo la sua arma d'amore turgida e bella. Sapevo avrebbe penetrato le mie caverne e io l'avrei fatto entrare con le mie mani e con il mio cuore, ero sua. Ho la schiena solcata da brividi strani che arrivano al mio sesso come saette di Giove. La prima volte che lo feci. Incredibile. La mia stanza poco illuminata sembrava accendersi di luce, la mia carne tremare sotto di lui che delicatamente si sosteneva per non obbligarmi il suo peso del corpo. La verga che scavava solchi profondi nelle mia carne segnandola per sempre, marchiandola col suo nome. Sentieri d'amore che solo lui conosceva. L'apertura di un solco nuovo nelle mie viscere incandescenti e sensibili. Un deporre la sua verga come un vomere nella terra rossa di peli e rossastra di sangue pompato in quei solchi dolcissimi: farfalle di carne. Pelle contro pelle, spinte, controspinte mie come per ingoiarci a vicenda. Il paradiso fisico dopo un paradiso di carezze e parole. Come mi dominavano i suoi occhi strani, a volte quasi azzurri, a volte quasi blu scuro, imperiosi come il suo fare. Mi sentivo protetta sotto quello sguardo sicuro, quelle mani enormi che sapevano amare delicatamente. Quando lo cavalcavo io e lui mi sollevava come un fuscello per farmi ripiombare inchiodata a lui, non solo la carne si apriva ma anche la mia anima, il mio cuore, la mia pancia tutta. Capivo cosa voleva dire "Amare di pancia". La sua lingua come volo di farfalla sulle mie cose infiammate da lui. Un bagno di saliva interminabile che seccava le nostre bocche audaci. Vederlo ora coricato come un pezzente mi faceva tanta tenerezza la sua verga piegata e molle: sapevo come diventava dura all'occorrenza. Respirare il suo odore, ora fatto acuto da noi, dai nostri umori seccati dall'aria ma non da noi e persi con il sudore della pelle. Non avrei cambiato le lenzuola per una settimana alla sua partenza, illudendomi che il suo odore rimasto potesse prendermi ancora. Una tenera lacrima solca il mio viso, il cuore trabocca d'amore. Lo so che si sta svegliando. Lo sento. Ora quello straccio diventerà ancora bandiera per solcare il mio mare, la mia carne, la mia anima. Ora mi stendo accanto a lui, voglio essere svegliata nel sentirlo entrare in me. Le gambe aperte al suo volere. Sarà la bocca o il pennone a svegliarmi saccente? Lo farà, lo conosco, non è mai sazio di me come io di lui. Alzerà il pennone sulla mia barca ed io sarò mare per loro. Uno splendido mare. |