.-Carne.

 

Mancavano solo pochi minuti, ma io già sentivo l'odore di casa. Così registrai le pratiche mancanti e mi piazzai davanti all'orologio timbra tesserino. Ora esatta e passai la mia tessera nel lettore. Andai a prendere la macchina. Alla sbarra Tony notò l'inusuale anticipo:
"Dottore - disse - come mai se va così presto, oggi? Non sarà mica successo qualcosa?".
"No è solo che ho fretta di raggiungere mia moglie", dissi.
Tony sorrise sornione. Mi dava fastidio quel suo sorriso, quella sua invadenza. Prima o poi avrei trovato il modo di farlo licenziare. Almeno di farlo trasferire. La sbarra si alzò. Lo salutai con un largo sorriso, come sempre.
Per strada già gustavo il momento in cui mi sarei trovato col capezzolo di Katia fra i denti. Accelerai. Gran bella macchina la nostra. Il colore lo aveva scelto lei. La macchina, però, me l'ero scelta io. Ero fedele alle Volvo, mi piacevano un sacco. Imponenti, potenti. Avevano una forte personalità. Abbassai il pannello parasole. C'era una foto di Katia attaccata sopra, con una puntina di disegno. Rallentai per fissarla.
Aveva una bocca stupenda. Che sapore la sua bocca. Arrivai a casa. Mi levai la giacca e la cravatta, mi arrotolai le maniche della camicia a righe. In cucina mi tirai su il grembiule. Cominciai a preparare una particolare salsa messicana. La adoravamo quella salsa. Spesso avevamo fatto giochi strani usando quella salsa. Era piccantissima. Ricordo quella volta che le era colata fra le gambe. Le avevo tenuto il ghiaccio sopra per un sacco di tempo. Presi la sua carne dal freezer. La poggiai sul tavolo. Misi l'acqua a bollire, poi, quando fu il momento, la calai delicatamente dentro. Era ancora congelata, sarebbe rimasta durissima.
Mi sedetti a leggere. Le quotazioni del dollaro andavano verso il basso. Il pacchetto delle Fiat era in netto aumento. Stavo guadagnando un bel po' con quelle Fiat, ma forse era ora di vendere.
Guardai l'orologio, era ora.
"Katia tocca a noi", dissi.
Presi la sua carne e la misi nel piatto. Un po' di limone sopra. Lei adorava il limone. Poi la salsina, con un pezzettino di pane casereccio.
Avvicinai la mia bocca al suo capezzolo. Lo leccai, forte. Quindi iniziai a mangiare, senza usare la forchetta. Lei odiava quando lo facevo: "sembri un incivile", mi diceva.
Mangiai quella carne lentamente. "resteremo insieme per sempre", le dissi. "Per sempre, fino a quando non ci trasformeremo in cenere", le dissi. Ingoiai.
Poi mi prese la nostalgia. Nel freezer era rimasta solo una sua mano, l'avevo conservata per sabato sera.