| Stravaccàto nella
poltroncina di finta pelle giallomarrògnola con lo schienale mezzo sfondato
e i braccioli slabbràti da centomila strusciatone dei gomiti.
A vederlo così, Djalmo Piciarelli - l'Uomo senza gambe -, sembrava uno
dei soliti coglionazzi che passano le serate a rimbecillirsi davanti alla
tv, buttando via la propria vita tra una tirata di sigaretta ed una grattata
d'ascella. Pur di non pensare troppo al passato, al presente. E nemmeno
ad un futuro del cazzo che, più si va avanti con gli anni, meno lascia
scampo. Quella, però, non era una serata come le altre: il nostro si sentiva
scoglionato come poche volte e cominciava a porsi delle domande sul senso
della vita. Quel momento, infatti, viene per tutti, prima o poi… e sono
dolori, ché è il segnale che si è proprio arrivati alla frutta, anzi,
di più: al caffè. Il fatto è che, mentre sonnecchiava su un fianco, ripensava
alla milionesima giornataccia passata sul marciapiede a raccattare sì
le offerte dei passanti, ma pure umidità e polvericcio, canticchiando
per trovare l'ispirazione dei giorni migliori e buttar giù una delle poesiole
che davano un senso al suo trascinarsi da un marciapiede all'altro di
Roma. Quel dì, però, non era riuscito a trovare nemmeno un verso o una
rima. Niente di niente, o forse troppa grazia, ché lo sguardo di Djalmo
s'incollava sulle cosciotte delle bellocce di passaggio, che lo scansavano
appena lo vedevano. Lui, però, non se la prendeva. C'aveva fatto il callo,
ché la gnocca se l'era goduta ben poco. Quel giorno, però, pareva di stare
al Festival della patacca. Ad un certo punto, poi, era sfilàta una pollastra
che sembrava scodinzolare al rallentatore, per stuzzicarlo a farsi avanti.
O almeno questo era quel che sembrava a lui, ché quella pensava solo ai
fatti suoi. Ma Djalmo ebbe addirittura l'impressione che movesse le labbra
a vuoto, per lasciar intendere qualcosa.
"A bella fataa… se te dò 'sta bacchetta magica, me la fai 'na magia?"
azzardò dunque, agitando la destra su e giù verso il pisello, ché quel
che vedeva non gli pareva vero e gli aveva fatto perdere la testa di brutto.
"Come si permette? cafone e burino, si vergogni!" replicò l'altra, livida,
e lui, che una risposta del genere non se la sarebbe mai aspettata, ci
restò di sasso.
"Ahò, mica ce l'avrai d'oro… 'sta montata."
"Se trovo una guardia, la denuncio subito." sbottò la ragazza, rincarando
la dose.
"Addirittura? e perché me vorressi denuncià? guarda che t'ho detto fata,
mica zoccola. Ma ancora nun te conoscevo… torna al bordello, va'! Tutte
uguali, le donne…"
"La denuncio, la denuncio per ingiurie!" lo minacciò lei, e filò via a
testa alta, come una che fa sul serio.
"Ma tu guarda 'sta rospaccia! Fàmmene annà, va, che nun c'ho tempo da
pèrde co' 'sta gente, io… Tz! magari questa me sguinzaglia appresso vigili,
poliziotti o qualche altro rompiballe in divisa… oppure è addirittura
un'avvocata, così me chiede pure i danni! poveri noi: i tempi so' proprio
cambiati. 'Na volta stavano tutte al posto loro, le femmine. Anzi, se
je dicevi fata, arrossivano come peperoni maturi e poco ci mancava che
ti ringraziavano pure. Capirai, se alzavano la cresta, je ne arrivavano
pochi, de sganassoni… al giorno d'oggi, invece, so' tutte piene de pretese
e capricci! per mette le mani su 'na donna, me resta solo da mettermi
a fà er ginecologo!"
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