| La lotta con le
zanzare è impari, ne schiacci una e ne spunta fuori un'altra, la stessa
di prima, reincarnata, nessuna della sua sex and porno è in lutto, e poi non
ha sex and porno, lei, ma solo il tuo sangue da succhiare. Battaglia dopo battaglia.
Splat, presa, fanculo, il ducotone del muro mostra la stìmmata: poltiglia
di mosquito, e sangue mio. Sieronegativo, sono stato lontano da pere e
ricchioni. Ce n'era uno che scriveva sceneggiature di "Casa Ortensia",
una schifezza TV, e che mi telefonava a tutte le ore ché voleva darmelo
nel culo. Una notte, erano le tre e io dormivo:
-Vengo da te, dove abiti, dammelo...- era ubriaco fradicio.
-Vai a dormire.
-Dammelo, il tuo culo, te lo ungo, prima...
-Vai a dormire, ricchione.
Per scrivere le sceneggiature di "Casa Ortensia" pippava coca, e a quei
tempi, parlo dell'83/84, guadagnava 70 milioni l'anno, roba che poteva
comprarseli per strada i culi, due a notte, ma era andato in fissa col
mio. Diceva di avere la casa piena di criceti, "I miei topini, i miei
topini" li chiamava, diceva di tenerli liberi per casa, tanto poi tornavano
in gabbia da soli. Si ubriacava, mi telefonava e dava di testa. Era un
ricchione colto, un ricchione colto ama Wilde, Michelangelo, Freddy Mercury,
non può scrivere cinquanta puntate di "Casa Ortensia" senza uscire di
testa, bere, pippare coca e rompere i coglioni a me. La coca non gli serviva
per scrivere, ma per non soffrire mentre scriveva e mentre i criceti gli
scorazzavano tra i piedi. Povero richione, poveri ricchioni, la TV uccide
anche loro. I risvegli sono orribili e la notte è bellissima, è l'unica
amica che resta, non so se c'entra, ma tant'è. Di notte capitano delle
robe che tu dici ehi è tardi, sarà ora di infilarsi sotto una coperta,
e invece ecco lo show che parte. In campana, ragazzi, quando il sole è
via, ve ne dico una o due. O quante ne volete.
All'epoca del rompicoglioni di cui sopra, volevo nutrirmi di cose alte,
Dio, Debussy, e invece metto un annuncio su Porta Portese: "Cerco donna,
sono il massimo, non picchio, e bla bla". Squilla il telefono, già, squilla,
allora squillavano, io ero giovane e niente brufoli, faccio:
-Pronto?
-Ho letto il tuo annuncio.
Sotterraneo lamento, tremolio quasi impercettibile, io invece cercavo
di impostare la voce. Mi dice dove abita, metto in bocca un chewingum
alla liquirizia, e ci vado. Una traversa di via Nomentana, non lontano
da Porta Pia, dove abitano i ricchi, Marisa Laurito e gente così. Andatela
a vedere, via Nomentana, quando siete a Roma, dovete andarci, è uno dei
posti più marmosi e inutili del mondo, con un sacco di corsie preferenziali
e spartitraffico che se non sei di lì ti perdi e basta. Suonai al citofono,
salii su e suonai al campanello.
Aprì. Aveva dieci anni in più di quanti ne dichiarava, alta un metro e
mezzo, zampe di truppe di galline intorno agli occhi, bruna capelli corti,
niente alopecia, stanca. Ci sedemmo.
-Lavoro per Costanzo...
-Costanzo chi? Maurizio?
-Sì. Posso offrirti da bere? un caffè? birra?
-Birra.
Si alzò e andò di là. Metto in bocca un altro chewingum alla liquirizia,
casa sua odorava di banconote stirate fresche. Niente cani nani, niente
gatti gelosi, niente conigli, niente pappagalli al trespolo o pesci rossi
o squali di contrabbando. Solo lei ed io. Criceti? No, nemmeno criceti.
A terra moquette celeste a pelo medio e senza macchie.
-Ecco- tornò con la birra, alla spalla teneva aggrappato un serpentone,
vivo, la coda toccava per terra.
-Ti presento Jimmy.
-Che cos'è? un boa?
-No, un pitone, è di mia figlia. Sei triste?
-Io? triste?
-Hai gli occhi tristi.
-Tutt'e due?
-Sembra che hai appena finito di piangere.
-Anche tu.
-No, quello è il Tavor.
-Prendi il Tavor?
Jimmy si mosse come per andarsene, ne aveva pieni i coglioni degli stessi
discorsi, il Tavor e la figlia e gli uomini e bla bla.
-Lo metto via- disse lei alzandosi: -un'altra birra?
Eravamo un 3x2 di tristezza, io e quella lì, aveva capito che nelle mutande
portavo un utensile decente, non tutte le donne sanno capirlo, lei lo
aveva capito e si prodigava al fine di, forse non ne prendeva da un po',
ogni brava ragazza ha bisogno di salsiccia in corpo ogni tanto, aiuta
a sfogare l'ìstero.
-Non sono triste, sono incazzato.
-Com'è?
-M'hanno sfondato la macchina in parcheggio.
-Ahia.
-Stava parcheggiata all'angolo e mi è venuto addosso girando.
-Sai chi è stato?
-Sì, un autobus del comune, l'autista m'ha lasciato un biglietto sotto
il tergicristallo. Dove sei?
-Qui in cucina.
Ci arrivai. Lei stava sistemando Jimmy in un terrario grosso quanto mezza
cabina telefonica coricata, con tanto di vasca d'acqua incorporata. La
vasca era piena di merda, Jimmy oltre a rinfrescarsi ci cacava dentro.
Sul bordo del terrario c'era una targhetta: "Python Molurus Pimbura",
mancava il campanello.
-Ma non è pericoloso? quant'è lungo?
-Tre metri. No, non è pericoloso, è abituato da piccolo alle persone,
basta maneggiarlo ogni paio di giorni.
Lei era piegata a pecora, decisi di farle del bene. Per età avrebbe potuto
essere una mia zia giovane o una cugina anziana, ma non c'era altro in
quel cucinone, né altrove.
-Gli dai da mangiare?
-No, ha mangiato un coniglio e due topi una settimana fa. Se ne parla
tra due giorni, per il prossimo pasto.
Le misi una mano al centro del culo, senza spingere, carezzai dal basso
in alto e dall'alto in basso, l'unico che mi si agitava un po' era il
dito medio, gli altri quattro sembravano più educati. Lei trattene il
fiato e terminò di sistemare Jimmy nel terrario. Il suo culo non scansò
la mia mano.
-Se vuoi posso metterti in contatto con un mio amico che ha un'agenzia
qua vicino. Lui cura proprio queste pratiche, incidenti d'auto, risarcimenti...
-Ah sì?
-Sì, ti fa prendere un sacco di soldi.
-E lui quanto vuole?
-Il 20%.
Io portavo la camicia blu stile mormone militare, a maniche corte, coi
bottoni che avevano il diametro più corto dell'apertura dell'asola, mi
si apriva in continuazione.
-Tua figlia è in casa?
-Non c'è mai, mia figlia.
Mi aprii tutta la camicia tirandola dai baveri, come fosse stata tenuta
chiusa dallo scretch. Ero a torso nudo e la abbracciai da dietro, Jimmy
strisciava lento e sembrava infischiarsene. Le accarezzai il ventre, tondo,
era bocchini, c'era da aspettarselo.
-Ora lo chiamo- disse lei.
-Chi?- dissi io.
-Guido.
-OK, chiama Guido. Ce l'hai un letto qui?- la issai tra le braccia, come
lo sposo con la sposa.
-Sì.
-Di là.
-Ce l'hai il telefono sul comodino?
-Sì che c'è.
Mi incamminai nella casa che faceva largo. "Largo!" ordinavo io, e la
casa obbediva, era una casa di ricchi, era abituata.
-Permesso!- i trumeau si accostavano alle pareti, le sedie si scansavano,
un bassorilievo in gesso che raffigurava un uomo in giacca e cravatta
ma senza gambe né testa mi indicò la camera da letto, una delle camere
da letto, quella col telefono sul comodino. Terminai di calpestare la
moquette celeste e fui sul parquet di legno. Non pesava, la cugina anziana,
ero in piena euforia da macho, non mi prende quasi mai quell'euforia,
per questo quella volta me la ricordo bene. Il lettone pareva morbido,
ce la scaraventai sopra. Cominciai dal basso e le sfilai i pantaloni,
era soda la zia giovane, aveva due gambotte come si deve, pelle scura,
un piacere palparle. Sputai il chewingum e lo attaccai sotto al comodino.
Le mutande non me le ricordo perché uscirono di scena in un lampo, le
aprii la patata, odorai, buon odore, eau de chambre au lit, ottima igiene,
gli psicofarmaci non le impedivano di farsi il bidè, assaggiai con la
punta della lingua.
-Guido?
Alzai lo sguardo, lei era su che telefonava.
-Ciao... no, da casa... allora?... ci vai?...quando?... eh, non lo so...
Restai per un attimo in sospeso. Aveva ragione Yves Montand: "Bisognerebbe
sempre amarsi all'estero." Le tenevo aperta la patata con anulare e medio
della sinistra: con il medio della destra la penetrai.
-Sì, no, senti, c'è un mio amico qui che ha avuto un incidente... no,
non è Teo... no, non lo conosci... no...
Ci stava, si mordeva il labbro inferiore e chiudeva gli occhi, quando
ci saranno i videotelefoni certi scherzetti non li potrò più fare, fanculo
la tecnologia.
-Te lo mando?...No, non adesso, domani... eh... quando ci sei? pomeriggio?...
Guardò me, senza smettere di masturbarla le feci cenno che nel pomeriggio
andava bene.
-Non so se vengo... mi sa che domani rimango a casa, ah no, ci ho italy
che deve togliersi i denti... sì, deve toglierli tutti...eh sì... non
è che ce ne ha tanti, ormai, se deve leva' pure quei pochi le le so' rimasti...
no, è per evitare complicazioni dopo l'intervento... sì, infezioni, cose
così... macché Laura, l'accompagno io... non vengo, no, non vengo...
Sì che vieni, amore, ti faccio venire io, te lo prometto. Più stava al
telefono, più ci davo dentro con le dita, che intanto erano diventate
tre, oltre che col medio ora la penetravo con indice e anulare, tre contro
una: è stupro? Lei continuava a parlare con Guido ad occhi chiusi, la
voce non la tradiva, anche in condizioni normali era tremula e lagnosa,
come di chi prende Tavor o di chi sta trombando. Fossi stato Guido dall'altro
capo del telefono avrei pensato "Questa ha esagerato col Tavor, oppure
sta trombando." "Con chi stai trombando?" le avrei domandato. "Ma che
dici? sono sola", avrebbe risposto lei, ed io: "Allora vacci piano col
Tavor. Come lo prendi? da 1 o da 2,5 mg?"
-Chiamami domani... no, ti chiamo io, se non ti chiamo domani, sentiamoci
dopodomani... va bene... sì... sì... ciao.
Mise giù, io stavo andando di lingua e dita assieme, il bagnato aveva
cominciato a macchiare la coperta. Lei disse "porco", mi spinse via, si
inumidì le labbra secche e ordinò "mettimelo dentro". A "mettimelo" avevo
tolto scarpe, pantaloni e mutande, a "dentro" mi ero caricato le sue gambe
sulle spalle. I calzini, ho dimenticato di togliermi i calzini, chi se
ne frega. Lei continuava a tenere gli occhi chiusi, la vista della mia
faccia le avrebbe raffreddato la libidine. La infilai senza intoppi, era
tutto un lago laggiù. Data la comodità, mi calai e la penetrai anche in
bocca con tutta la lingua, in quanto a fiato mi sentivo al sicuro dopo
due chewingum alla liquirizia e una birra. Nell'ultimo pertugio disponibile
le infilai un dito. Non sai lo show che ti perdi, Jimmy. "Robetta, ragazzo"
rispose lui dalla cucina, "io ho visto cose che voi umani non sapreste
immaginare." Minchia, un pitone cinefilo, citava Blade Runner. Ne girano
di uomini qui dentro, eh Jimmy? "Macché, sono mesi che non ne prende uno,
la badrona". E Guido? "L'assicuratore? fa l'assicuratore, sa fottere solo
i clienti, non le donne."
-Non venire dentro.
-Va bene.
-Non venire dentro.
-Ho capito, ma non sto venendo. Ti pare che sto per venire?
-Ah...ah...
-Non vengo mica se prima non vieni tu.
Le misi due cuscini sotto il culo, volevo fare bella figura. In ginocchio
sul materassone ci davo dentro, la fica ce l'aveva sciolta, era il cervello
che faticava a collegarsi, le presi la faccia con una mano e le strinsi
le guance, lei voleva, sì che voleva:
-Tira fuori la lingua.
-Ah...ah...
-La lingua, dammi la lingua.
Dalla bocca ne emerse la punta, era una linguetta vergognosa, il più bel
tipo di lingua, quella da convertire. Il suo fiato andava bene, odorava
di pane e marmellata. Le due lingue titillarono fra loro, e sotto ci diedi
dentro lentamente, dentro e fuori, tutto dentro e quasi tutto fuori, tutto
dentro e quasi tutto fuori, lentamente, MOLTO lentamente.
-AH...OH...Sì...
Accelerai, poi portai quasi tutto il cazzo fuori e mi fermai, dentro ci
era rimasta solo la cappella:
-Tira fuori la lingua. Lo vuoi dentro?
-Sì.
-Allora fuori la lingua, tutta, TUTTA.
La tirò fuori tutta, gliela succhiai e ripresi a pompare.
-AH Sì COSì AH...
Accelerai.
-Sìì Sìììì COSì AHAHAH...
-Fuori la lingua, FUORI!
-AHAHAHAHAHAHAH...- socchiuse gli occhi, sembrava mi facesse le boccacce.
-Tieni, tieni- le prime gocce di sudore in fronte. E' un lavoro, cribbio
se non è un lavoro. Beh, ora cominciava a farmi impazzire, la badrona,
col suo metro e mezzo di carne avvampata. Le lancette di tutti gli orologi
nei pressi si misero a correre.
-Sì, ah, così, non ti fermare...non ti fermare...NON TI FERMARE...
E chi ci pensa?
-NON TI FERMAHAHAHAHAHAHAHAHAH!...- spalancò gli occhi, non c'era solo
il bianco, c'erano anche le palle marroni in centro, le palle marroni
mi fissarono, si allagarono e dissero grazie. Per così poco? Partì l'orgasmo
femminile più lungo cui abbia assistito o di cui abbia sentito parlare,
durò vent'anni buoni, lei moriva e risorgeva, moriva e risorgeva, moriva
e risorgeva... Jimmy di là urlò di chiudere la porta almeno.
-Fuori la lingua- ripetevo io pedante senza smettere di pompare. Ormai
non dovevo più nemmeno impugnarle le guance, aveva la bocca spalancata
e tutta la lingua di fuori, ogni tanto si inumidiva le labbra ma subito
tornava a fare boccaccia:
-AHAHAHAHAH....
Ehi Jimmy! "Che c'è?" Se bussa la morte dille di ripassare. "OK, ma dateci
un taglio, voi due." Col cazzo, questa è in piena estasi, se lo merita,
anche se è ricca. Se era povera se lo meritava di più. Scivolò giù dai
due cuscini, la sistemai sul fianco sinistro, si lasciava maneggiare come
un sacco, ansimava e non aveva un solo muscolo teso, mi piazzai dietro
di lei, anch'io disteso sul fianco sinistro, le sollevai la gamba destra
e glielo rimisi, scivolò dentro subito.
-Ouh ah ouh ah...- chiedeva tortura e pietà assieme.
Ognuno se ne va in giro col suo camper e i suoi dolori e i
suoi peccati. Qualcuno se ne va in giro coi peccati degli altri. La truffa
è peccato, la truffa impunita è uno sputo nell'unico occhio di Dio. La
badrona sedeva in poltrona, mi allungò una foto:
-Questo è lui.
Pigliai la foto e la guardai:
-Quanto ti ha preso?
-La casa.
-La casa?
-La casa a Santa Marinella. Ti amo.
Le ero venuto in bocca dopo tre ore di delirio, avevo la prostata in croce.
Mi avvicinai a lei e mi inginochiai davanti alla poltrona.
-E' stato bellissimo, verrei in bocca un'altra volta, adesso, e senza
che ti rifai il trucco, scoperei tutta la tua carne viva. Com'è che ti
chiami?
-Annamaria.
-Io Donato. Come ha fatto a fregarti la casa?
-Gli ho dato il mandato per venderla, l'ha venduta, ha preso i soldi ed
è sparito.
-Non sai dove sta?
-Ha fatto anche il porco con mia figlia, ci ha provato pure con lei.
-Non sai dove sta?
-No, è sparito, ci ho rimesso una casa.
Guardai meglio la foto. Annamaria era in costume da bagno, seduta sulle
gambe di lui, nella casa al mare. Lo teneva abbracciato al collo. Lui
era un bellone bruno e abbronzato, con braccialetto e collanina d'oro,
e orologio cromato. Annamaria pareva dire "quest'uomo qui è tutto mio",
aveva la faccia di chi ci da dentro col sesso, il tavor e il dolore.
Sentii la porta di casa che si apriva e una voce:
-Ma'?
Dei passi.
-Sto qua- rispose Annamaria. Ancora passi, e apparve una ragazza di diciannove
anni che pareva una smandrappata di trentadue. Fisico asciutto, gonna
lunga, sigaretta accesa, capelli che scendevano a turacciolo, castani,
incolti. Occhi incavati, due cerini sul punto di spegnersi.
-Ciao- grugnì alla bocchini.
-Ciao- miagolò la bocchini.
-Mi servono seicentomila lire, ma'.
-No, amore.
-Me servono, ma'.
-No, amore.
Io ero diventato invisibile.
-Ma', me li devi da', me servono.
-No, amore.
La figlia sfiatò dalle narici, forte.
-Menami pure ma non avrai più una lira da me, amore.
La figlia finalmente mi guardò, non ero più invisibile, sfiatò ancora
dalle nari, tirò su la tracolla della borsa e se ne andò di là. Annamaria
ed io trattenemmo il respiro per sentire. Presto arrivarono rumori di
porte che si aprivano, di ante che si aprivano, di cassetti aperti e richiusi,
di armadi rovistati.
-Non troverai niente, amore, ho portato via tutto, soldi, gioielli, tutto,
in giro non c'è nemmeno cinquanta lire.
Dopo l'annuncio di Annamaria, la figlia continuò la perquisizione per
un altro minuto buono. Poi tutto tacque, tranne i suoi passi.
-Fanculo ma'.
-Ciao, amore.
La porta di casa venne richiusa con violenza. Tornammo ad esserci sono
io, Annamaria e Jimmy. Guardai Annamaria, aveva gli occhi chiusi e le
sopracciglia aggrottate.
-Laura, si chiama Laura. Viene solo quando le servono soldi.
-E il adult?
-Lavora in RAI, sta con un'altra.
-Tu lavori per Costanzo e lui in RAI?
-Sì, frequenta gente strana, mi sa che si buca.
-Il adult?
-Laura. L'hai vista, no? secondo te si buca?
La bocchini con Costanzo e il adult in RAI: per forza che si bucava.
-Ho paura di sì. Dove vai?
Si era alzata e trascinata fino ad una libreria a parete, infilò la mano
sotto uno dei ripiani più bassi e ne cavò una scatolina: Tavor da 2,5
mg.
-Non so come fare. Marco dice che da Muccioli ne verrebbe fuori.
-Chi è Marco?
-Lui lo conosce, Muccioli, ce la farebbe entrare- ingoiò una compressa.
-Chi è 'sto Marco?
-Ma lei non ne vuol sapere. Marco è un mio amico medico.
-Non ci vuole andare in comunità?
-No- si ributtò sulla poltrona ad aspettare che le salisse il Tavor.
Non so con chi stesse parlando al telefono, due ore dopo.
Aveva indossato un golfino di kashmir, fantastico al tatto, rosa.
-Io vado- le feci cingendola da dietro. Mi fece cenno di aspettare, parlò
ancora un po' e mise giù il telefono.
-Vai via?
-Sì.
-Torni?
-Sì.
-Non è che sparisci?
-No, torno.
-Non domani.
-Lo so, hai la italy dal dentista.
La baciai piano, la baciai con passione, aveva l'alito ancora buono, come
faceva con tutto quel Tavor? Si aggrappò a me come una che non sa nuotare
a un salvagente.
-Ciao. Vuoi soldi?- mi chiese se volevo dei soldi.
-Non voglio soldi, torno anche senza soldi.
Mi chiusi la porta alle spalle, scesi le scale con le mani in tasca e
il cervello che sguazzava nelle sue stesse endorfine. Ero in pace, ero
un gigolò che voleva solo una bistecca e un telegiornale per ripopolare
i testicoli. E una birra o due. Attraversai il portone di lusso e mi sentii
chiamare dal citofono esterno:
-Donato?
Mi avvicinai al citofono.
-Donato?
-Sì?
-Sali un attimo?
-Perché?
-Un attimo solo, sali.
-Sì- accettai. Risalii in ascensore, suonai, la porta si aprì di uno spicchietto.
Aspettai due secondi, poi spinsi e la aprii tutta.
Annamaria era a tre metri, con mezzo chilo di rossetto, completamente
nuda tranne ai piedi, infilati in un paio di scarpe color perla e tacchi
a spillo. Si era messa una pelliccia bianca a pelo lungo che le arrivava
all'altezza del femore, la teneva aperta impugnandola ai baveri, e mi
mostrava tutto quello che il dolore non aveva ancora demolito. Due tette
media misura SENZA smagliature, un ventre rotondo e il triangolo di peli,
gli unici in tutto quel metro e mezzo di femmina. In testa un cappelletto
nero con veletta nera di tulle che le schermava occhi e naso. C'era da
darle un ottanta chilometri di cazzo, ma ero troppo stupefatto. Lei parlò
davanti alla mia bocca semiaperta:
-Non sparire. Se vuoi soldi te li do, a me non mancano i soldi.
Deglutii.
-Ti aspetto, torna da me.
Restò in posa ancora un po', sbatté le ciglia su un paio d'occhi che avrebbero
voluto rimanere chiusi per duecento anni, poi ricoprì le vergogne con
la pelliccia che era larga, ricca, chissà di che italye era quella pelliccia,
cuccioli di foca? Con una mano reggeva la pelliccia, con l'altra mi spinse
fuori e richiuse la porta.
Dove l'aveva nascosta, la pelliccia, per evitare che sua figlia se la
rivendesse a seicentomila lire?
Il pomeriggio del giorno dopo ero da questo Guido. Uno sui
cinquanta, il tipico avvoltoio che specula sui botti delle automobili.
Gli portai la mia, che aveva tutto un fianco sfondato ma camminava. Lui
scattò qualche foto alla macchina, si segnò i dati di quello che me l'aveva
sfondata e disse che nel giro di un mese o poco più mi avrebbe fatto avere
l'assegno.
Il mattino appresso, alle dieci, telefonai ad Annamaria:
-Vieni quando vuoi, sono a casa e ci resto. Non mi muovo, ti aspetto.
Bacino lei, bacino io.
Alle cinque del pomeriggio ero sotto al suo portone e suonai
il citofono.
Niente.
Risuonai.
Niente.
Faccio per suonare ancora ma il portone si apre e ne viene fuori la figlia,
Laura, smandrappata più di quando la conobbi. Teneva la borsa a tracolla,
e tra le braccia una cassa di legno tutta bucherellata, che si apriva
dall'alto, come un baule. Era ingombrante, per aprire il portone aveva
usato un piede, e per attraversarlo aveva dovuto avanzare di profilo.
Si fermò all'uscita e guardò in strada, in attesa di qualcuno che passasse
a prenderla. Mi avvicinai:
-Sei la figlia di Annamaria?
-Eh- rispose rauca.
-Annamaria è uscita?
-Eh.
-Sai quando torna?
-No.
-Torna presto?
-E' partita.
-E' partita? per dove?
-E' partita con Gianni- continuava a guardare in strada.
-Gianni chi?
-Oh, ma tu chi ssei?
-Un suo amico, ero su due giorni fa, ti ricordi?
-Gianni è quello che j'ha fregato la casa. Se ne so' annati a'e tre.
Non mi venne niente da dire.
Laura non mollava la cassa, se la teneva stretta. Realizzai che dentro
c'era Jimmy. Lo stava portando via.
-Che fai, ti vendi Jimmy?
Mi guardò, guardò la cassa, e tornò a guardare me, il tutto nel giro di
un secondo.
-Eh. Ché 'o voi te?
-No. A chi lo vendi?
-A uno che sta ai Parioli, ce n'ha già 'n'àntro de pitone.
-Te lo paga bene?
-Mezzo mijòne. Me devo ricorda' de dìje che je deve da' da magna', so'
dieci giorni che nun magna, ci ha fame.
Una Renault 4 frenò davanti a noi rimanendo col motore acceso, dal finestrino
si sporse una specie di pompini di Satana:
-'Nnamo, monta- fece a Laura che si avviò.
-Molla il pitone, ce annamo dopo a porta' 'r pitone. Mo' annamo da Carlo-
aggiunse il pompini di Satana.
-Io nun ci'ò 'na lira- disse Laura.
-Ce la dà a buffo, ci ho parlato io, molla 'r pitone e monta.
-Lo riporto su.
-Macché su, Carlo se dà, nun ce po' aspetta' troppo, mollalo all'amico
tuo, er pitone. Tornamo presto. 'Nnamo!
Laura mi porse la cassa.
-Tornamo presto, aspetta qua, famo presto- disse tuffandosi in macchina.
Il pompini di Satana ripartì e scomparve nel traffico. Era robusta ma non
pesava tanto, la cassa, dodici o quindici chili in tutto. La poggiai sul
marciapiede e mi ci sedetti sopra.
Un'ora dopo spensi la cicca della quarta sigaretta, alzai
il culo dalla cassa, la tirai su e raggiunsi il bar all'angolo, cinquanta
metri da casa di Annamaria. Misi gìù la cassa e telefonai ad Annamaria.
Non rispondeva nessuno.
Alle nove pagai le cinque birre, ero stato tutto il tempo
a guardare chi entrava e usciva da quel portone, vecchi, uomini, donne,
un solo sesso, e un adult, piccolo. Niente che somigliasse a Laura. O
ad Annamaria. Mi alzai dalla sedia del bar, presi la cassa ed andai a
suonare al citofono.
Una, due, tre, quattro volte. Niente.
Ero rincoglionito dalla birra, dal rumore del traffico e dalla puzza degli
scappamenti. Rimisi giù la cassa, ero a pochi metri dal portone, mi ci
sedetti sopra un'altra volta. Quelli che passavano non ci facevano molto
caso. Accesi un'altra sigaretta. Jimmy non si sentiva, ma era lì dentro,
raggomitolato e a disagio e affamato. Una specie di cassa da morto per
serpenti vivi. Ci avvicinai il naso, non puzzava, Jimmy non ci aveva cacato
dentro, non aveva niente da cacare, aveva solo da riempirsi. Ma dove lo
trovo un coniglio a quest'ora? o un pollo, o un topo?
Alle dieci caricai la cassa in macchina e me ne tornai a casa.
Nessun messaggio in segreteria. Misi giù la cassa in cucina e aprii il
frigo. Latte, lattuga, vino, niente carne. Che gli do a 'sto pitone? Niente,
se ne parla domani. Presi il vino, ne buttai giù mezza bottiglia, e diedi
la buonanotte a Jimmy:
-Buonanotte, Jimmy.
Non rispose, era incazzato nero. Non posso farti uscire, ho paura di te,
magari ti va di strangolarmi, sei un pitone di tre metri, mica un lombrico,
domani ti porto un pollo morto e spennato, alta digeribilità, te lo butto
nella cassa, e intanto che te lo pappi ti riporto a casa, e se a casa
non c'è nessuno, ché magari Laura è spirata di overdose, allora ti porto
ai vigili o allo troia o ai Parioli.
Spensi la luce della cucina e mi coricai tra le lerce bende del letto.
Mi addormentai senza preghierine.
Un botto, forte.
Un botto forte, in casa, con strascico di vetro in frantumi. Accendo la
luce del comodino e guardo la sveglia: le due e dieci di notte. Guardo
a terra, niente che striscia. Mi alzo dal letto e accendo tutte le luci
possibili, il cuore a mille, vado in cucina tenendo d'occhio il pavimento.
Ci arrivo, la cassa è sempre lì, chiusa, con Jimmy dentro.
Alzo lo sguardo, e vedo.
Oh no, no, no, no. Chiazze rosse alle pareti, gocciolanti, fino al soffitto.
E' scoppiata una bottiglia di salsa sulla mensola.
E' scoppiata una bottiglia di salsa che era sulla mensola.
La salsa fatta in casa. La salsa di mia bocchini.
Il sangue di Gesù Cristo è schizzato sulle pareti della mia cucina, milioni
di zanzare spiaccicatesi come kamikaze, e vetri, tanti piccoli pezzetti
di bottiglia dappertutto, velati di salsa. Io sono San Sebastiano che
si è slegato e allarga le braccia e chiede cerotti e trova solo spugne
intrise d'aceto nelle sue ferite. Io sono uno stronzo con un pitone prigioniero
in casa e la cucina dipinta di rosso e di bianco, alle due di notte, in
mutande e maglietta e nemmeno un topo da dare al mio pitone. E la salsa
è dappertutto, nel lavandino, per terra, sulle posate e sui piatti messi
ad asciugare, sui barattoli del sale dello zucchero del caffè, sul tavolo
monoposto, sullo schienale dell'unica sedia, sul frontale del frigorifero
nano, sui fornelli. Lacrime, lacrime per piangere, datemi lacrime per
piangere, e un paio di pantofole ché sennò mi buco i piedi coi vetri.
Ed ero là che mimavo la mia crocefissione quando squilla il telefono.
Corro al comodino e riguardo la sveglia: le due e un quarto di notte.
Annamaria. Sollevo:
-Pronto?
-Ciao.
Voce d'uomo: il ricchione di "Casa Ortensia". Non chiamateli "raptus di
follia" quando si uccide apparentemente senza motivo: c'è SEMPRE un motivo.
-Vengo da te, voglio il tuo culo, dammelo, vengo da te...
-No, vengo io da te.
-Eh?
-Vengo io da te, sei a casa, no?
-Sì...
-Dammi l'indirizzo, vengo subito.
Mi diede l'indirizzo, lo segnai su un foglio.
-Porto un amico, ti va?
-Un amico? è carino?
-Molto, e gli piaccioni anche i criceti. Ce li hai sempre, i criceti?
-Certo.
-Liberi per casa?
-Sì, perché?
-Allora veniamo, OK?
-L'avevo capito subito che sei un porco, ho occhio io.
-Eh già.
-Allora vi aspetto.
-Arriviamo.
Misi giù. Mi vestii, mi pettinai, diedi un sorso alla bottiglia, presi
le chiavi di casa e della macchina. La salsa alle pareti poteva aspettare.
Alla fine tirai su la cassa con Jimmy:
-Vieni, Jimmy, ti porto al ristorante - e andammo.
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