.Lenzuola.
| -Lenzuola |
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| Arrivo vicino alla porta d'ingresso. Un pullman la blocca. Mi fermo: occhi fissi sulle decine e decine di alici imprigionate nel manifesto degli Almanegretta. Un sguardo straniero mi sveglia: una biondina con la panda blu, che mi taglia l'orizzonte sul fianco, fissandomi. Non sono bello ma piaccio. Mi passo la mano fra i capelli in un attimo di istintiva vanità. Un corpo estraneo attira il mio sguardo allo specchio. Cazzo. Ho ancora una fibbia allacciata in testa. Fotogrammi in lenta sequenza mi riportano ai movimenti di un quarto d'ora fa. Mi sono alzato, ok, mi sono precipitato in bagno, ok, ho messo la testa sotto la fontana, ok, ho bevuto un quarto di latte semifreddo con crusca, ok. Entro nelle strade interne della cittadella universitaria spinto da una sinfonia di clacson. Manuela! Cazzo Manuela! Me la sono dimenticata legata al letto! Inchiodo. Clacson impazziscono, brutta signorina delle pulizie mi guarda divertita. E' tardi, andrò a liberarla dopo. Schizzo veloce verso il parcheggio: devo firmare quella cazzo di presenza. Improvvisamente la macchina singhiozza. E' morta, di fame. Ho scordato di fare benzina! La accosto a spinta. Corro verso l'aula. Dovrebbe essere la H5. Taglio fra i campi. Entro nell'aula in evidente stato ipoossigenazione o qualche cazzata del genere. Insomma ho l'affanno. Vado a firmare. Mi sento osservato. La tipa con gli occhi da annafalchi mi guarda "stranamente". Mi controllo rapidamente le mani ed il collo: niente. Fortunatamente non ho dimenticato nessun attrezzo. Mi guardo. Ho le scarpe infangate, le enne sui lati sono sepolte, ho i pantaloni lordi. "Sono un tipo bucolico", le dico. Mi siedo. La lezione è iniziata, sento il mio cervello sgranchirsi le gambe: si sta svegliando anche lui, e già si lamenta per la noia. Intanto ho il corpo in subbuglio: le decine di puzzette stradali non hanno placato la voglia di defecare. Mi alzo per andare al cesso. Vedo il professore che mi guarda. Un click mentale mi avvisa della mia prossima bocciatura: mi ha fotografato, lo so. Entro nel cesso. Profumi ancestrali dal tempio di Amos. Puzza di piscio, insomma. Cerco nelle tasche i fazzoletti di carta. Ne butto uno giù, per evitare schizzi, un po' sui lati, per evitare sfregamenti ad alta densità di popolazione batterica. Caco. Materia che sfugge al mio controllo adagiandosi sulla porcellana ingiallita dal tempo e gas che corrono alla conquista del cielo della stanza. Mi alzo allegro pulendomi ancora il culo. Mi giro e piscio scorticando la gola del cesso da quella nuova pelle. Apro la porta. Occhidiannafalchi è ferma fuori, col culo abbondantemente poggiato sul marmo del lavabo. Penso che mi abbia seguito. Mi avvicino con fare da macho. Nella mia mente la sequenza, le sono vicino, la tiro a me, la bacio. L'impronta della sua piccola mano si espande in un susseguirsi di inaspettate vibrazioni, arrossandomi la pelle. "Sei più stronzo di quello che hai lasciato là dentro". Non capisco. Non mi ricordo. Credo di trovarmi di fronte ad una pazza. Mi esprimo, chiedendo spiegazioni. Scopro di essere stato a casa sua una notte. Festa di addio per certe tipe della Danimarca giunte in groppa del progetto Erasmus. Scopro di aver scopato con lei senza preservativo e che ho evitato lo stress del "forse sono diventato papà". Scopro di aver parlato di colpo di fulmine e di amore eterno. Scopro che è stata male quando ha avuto i ritardi. Scopro di averle dato il mio numero di telefono. E che al mio numero di telefono risponde sempre e solo un centralinista dell'ospedale. Scopro che quando mi ubriaco divento ancora più stronzo ma che, comunque, continuo a fornire sempre il mio numero telefonico antistress. Dopo le spiegazioni del cazzo e l'appuntamento all'Addams per una birra torniamo nell'aula, poi usciamo, andiamo al bar, prendiamo un cappuccino, un cornetto di cartone, leggo giorno e notte di Quotidiano. Poi, mentre lei si legge, l'oroscopo mi ricordo di Manuela. Cazzo Manuela. Ok: a stasera ciao ecc. e corro via. Al parcheggio la mia macchina non c'è. E già, stamattina sono rimasto a piedi: l'avevo lasciata dall'altra parte. Trovo un fottuto passaggio. Corro a casa. Entro ed uno "stronzo" urlato con assortimento
di inflessioni di rabbia e dolore mi si inietta nel sangue. Mi blocco
un attimo: sento la grandine cadere sulle mie palle. Entro nella stanza.
Lei urla, grida, farfuglia rabbia in vari idiomi. Slegarla sarebbe un
suicidio. E poi è bella: nuda, le braccia e le gambe legate. Le guardo
le labbra. Vedo che si muovono, sicuramente sta urlando qualcosa. Ma io
sento solo che la desidero. Accendo lo stereo. Il mio demo degli Slim
singhiozza ogni tanto, ma rende. Decibel si sommano a decibel. Mi avvicino.
Apro le dita di una mano, le appoggio sulla sua epidermide, la percorro.
La sento che si inarca. Prendo una fetta di limone, lo strofino sul ventre.
Ci verso un po' si sambuca. Comincio a leccare. Si sta calmando. Sento
la sua pelle più rilassata. Sento la sua felicità mescolarsi alla sambuca.
Mi spoglio. Ho il cazzo in tiro. Mi posiziono su di lei. Facciamo un po'
di petting. Mi deve desiderare. Le graffio la schiena. Ecco, la sento,
la sento fremere sotto al mio corpo. Mi vuole. Sto per ficcare. Sento
la sua fighetta che mi bacia la punta del cazzo. Il batterista degli Slim
ci invade rullando come un frantumatore di inerti. Un boato improvviso
si mescola alle sue nuova grida, alla musica. Siamo circondati: i vicini
hanno chiamato la polizia. Scoppiamo a ridere, nudi, mentre raggranello
le lenzuola, gli sbirri, attorno, ci guardano ammuccoliti. |
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