.Papavero.


Vestita di stoffe bianche, una delle quali ornata di papaveri rosa, si sorseggia irrequieta un marguerita ben servito in coppa larga bagnata e incoronata di sale. Io la vedo, mentre apro la porta ed entro, con un filo di vento gelido - rispetto all'interno - che le s'insinua addosso e dentro, come un serpente, che evidentemente le sibila fra le gambe, che stringe, in un sussulto. Sorrido, mentre il mio soprabito sbatte, anelando note di uno swing audace, ed uno pure mi sbatte, addosso, su un lato della spalla, praticamente mi tonfa. Faccio "scusa", come si dice agli ubriachi, per evitare rogne, che vengono, ahimè. Così neppure entro che esco fuori ed in spinte e spintoni, come italye, m'impegno; prima con garbo - senza cioè voler fare del male, infine di ingegno: con un paio di pugni ben mirati e due amici arrivati a sedare gli altri compari. Lo lascio piegato su un cancello ed entro di nuovo, leccandomi un filo di sangue da sopra al labbro, fissando quella fra le cosce, mentre posa il bicchiere, che ha svuotato, poggiandosi un dito sull'incisivo.
Ci sediamo io e Gino e Mario e siamo a questo tavolo vicino al loro, una delle quali, con capelli neri e pelle scura e sguardo infiammato, ci giurerei, si chiama Maria. Lo dico: "Maria", e si volta, che sorride stralunata salutando con la mano; poi si volta di nuovo e parlotta. Ma si è voltata, quindi è Maria. E' di nome Maria. Lascio il soprabito sulla sedia, con la fodera piegata fuori, come d'abitudine presa fin da sesso, quando italy diceva: "Così devi fare, così non si macchia". Mi avvicino. "Maria - dico - non mi presenti questa tua amica?", e la guardo, che intanto succhia le ultime gocce con la cannuccia bianca dalle righe lillà. "Puttana", penso, ed evidentemente mi scappa in un mimo di bocca, perché quella mi guarda e sta quasi per tirare uno schiaffo quando, con maleducato baciamano, le sporco un poco, appena un poco, la sua mano di sangue. "Rosela", dice. Guardo Maria: "ci sono i miei amici soli - dico - vorrei presentarli a voi due". E lo dico guardando la terza ragazza. Più brutta, senz'altro, di Rosela, ma meglio, appena, di Maria. "Facciamo da sole", dice quella, la terza. E si alzano ed io mi siedo accanto alla preda. Ci guardiamo un attimo. "Potrei dirti mille parole", dico. E lei mi guarda con occhi grandi e verdi e lentiggini posate come ombra di gabbiano, sul naso. "Se vuoi lo faccio", dico. Ma lei mi guarda con sorriso appena accennato, si porta la mano alla bocca, lecca leggiadra il dorso della mano, fa segno di no. Sorrido. "Allora se ti va ho la macchina fuori: vorrei scoparti". Sorride. "Ma come ti chiami?", mi dice. "Che importa?"

Entriamo in macchina e lei sceglie la musica, a settanta o forse meno raggiungiamo la costa, mentre giochiamo con le mani fra le gambe, arriviamo in pochi minuti, scendiamo, la spingo sul cofano mentre apre le cosce, le spingo addosso e sento i suoi peli drizzarsi per il freddo, e le alzo la maglia a righe baciandola, lieve, posando la bocca sul capezzolo appuntito, la mordo, sbattendola sulla lamiera, e le affondo le mani fra i capelli, il cazzo nella figa, i denti nella pelle, la lingua fra le pieghe dell'epidermide; la giro, la muovo, come un burattinaio con la sua creatura finché, nuda di petto nell'area gelida, la piego ad accovacciarsi sulle ginocchia, venendole in pieno sulle tette di media misura, in coppa "c".

Andiamo via che la macchina di Gino ha graffi sul cofano, mentre Maria e la terza e Gino e Mario stanno andando a prender il caffè ma al telefono dico: "aspettateci alla spiaggia di adulti Soul", e là ci troviamo e racconto di che abbiamo fatto e di Rosela che è proprio puttana e quella s'incazza, e me la sbatto a terra, mentre Gino si fa la terza di forza e Mario si sbatte Maria trascinandola sulle tavole mordensate, strappandole le vesti come un indiano che scuoia il suo viso pallido; Maria la lasciamo là con le altre due, ma io m'avvicino, prima di andare, e le do una leccata sulla schiena, schiacciandole col mio peso il suo bel culo e tenendola ferma coi polsi bloccati nella sabbia, fin dove - strisciando - è arrivata. Poi mi alzo. Così le osservo graziose là per terra, che mi paiono ballerine di Matisse, che si muovono appena come la macchina di Gino che prende fuoco, mentre scappiamo con questa nuova: ama le macchine il mio amico Gino, lo guardo che guida felice felice mentre propongo di andare a bere una pepsicola.