.Porte.


Lenta, un millimetro dopo l'altro, la goccia di sudore scende lungo la tua fronte. Calma, con una lentezza impressionante, incurante del mondo intorno.
La guardo, e mi ritrovo a pensare di come in certi momenti ci si soffermi ad osservare piccoli particolari insignificanti, attimi di vita che poi ti resteranno dentro per sempre, scatti venuti a caso per un particolarissimo album dei ricordi.
Ti muovi con frenesia, sotto i miei colpi. La goccia continua a scendere e finisce sulle sopracciglia ben disegnate, per unirsi alle altre, senza scomporsi nonostante il tuo tremare, vibrare, scuotere la testa ad ogni mio tocco.
Mi chiedo per un attimo quante altre gocce serviranno per crearne una abbastanza grande da cadere sui tuoi seni, magari al prossimo colpo.
Le braccia tese in alto e piegate dietro la nuca, legate per i polsi fissati al corsetto, costringono il petto ad esporsi, fiero. Tutto il tuo corpo è teso, vibra, guardo i muscoli guizzanti e sodi tremare come in attesa di uno scatto, del tuffo in acqua, dell'uscita dai blocchi.
Hai un corpo modellato dall'esercizio fisico, mi è piaciuto subito.
La pelle è calda sotto le dita, splendidamente chiara in contrasto con il nero del cuoio che ti orna il busto, i polsi, il collo.
E' ora di porre fine a questo momento che vorrei durasse per sempre.
Il flogger colpisce un'ultima volta il tuo corpo, sui seni esposti appaiono quasi come per magia sottili strisce rosse a testimoniarne il passaggio.
Il colpo è stato più pesante, le punte hanno centrato i capezzoli. La tua reazione non è uno scatto o un urlo, ma un tremito, che ti fa muovere convulsamente.
La goccia si stacca, e cade con una lentezza quasi impossibile sul tuo petto, mescolandosi alle altre già lì.
Lascio scivolare lo strumento a terra, le strisce di cuoio scorrono nella mano finché il manico tocca il pavimento, solo allora le dita si aprono e ti sfiorano il pube, giocano con i tuoi umori, entrano in te.
Con la bocca sfioro i seni, la lingua raccoglie il sapore della tua pelle, lo sposta, lo sparge sui capezzoli.
Il tuo ventre inizia a tremare, sento le contrazioni sulle dita, potrei smettere ora e sarebbe allungare ancora il tuo tormento.
Succhio i capezzoli, e le dita scorrono più veloci in te. E' un attimo e stai godendo. E continui, ancora, a lungo, finché sono in te.
Poi i polsi sono liberati, la tensione si scioglie, ti accoccoli tra le mie braccia e lentamente ti sollevo e ti porto sul letto.
Ti lasci cullare dal mio respiro, la testa appoggiata contro il mio petto.
Il tempo che sembra eterno, ma che sappiamo entrambi non esserlo.
Quasi con pudore lasci che lo sguardo che prima seguiva il mio profilo ora cada sulla radiosveglia, li sul comodino.
Un'ombra nei tuoi occhi annuncia che il tempo a mia disposizione è finito.
Lenta, come una gatta che si stiracchia, sollevi il corpo dal mio e ti avvii verso il bagno. Nella scarsa luce dorata del tardo pomeriggio osservo i segni del nostro incontro che abbracciano la tua pelle, poi scompari sotto il rumore dell'acqua.
Vorrei venire da te, ma so che non è il caso. Non farei altro che prolungare un'agonia inevitabile.
I rumori dei tuoi piedi sul pavimento, poi ti mescoli con le ombre della camera, cercando i tuoi indumenti nel mucchio informe che si è creato a terra, opera della fretta di aversi.
Con gesti meccanici riagganci il reggiseno, infili il perizoma, poi fai scomparire i segni nei jeans e nella corta maglia bianca.
Il caldo nella mia camera non è elevato, ma il pensiero di lasciarti andare mi rende pesante vivere, e ne sento i frutti scorrere sulla fronte.
Siedi accanto a me, sul bordo del letto. Sorridi, e non so perché in quel sorriso leggo una nota amara.
Il tuo dito scorre lento sulla mia pelle, raccoglie le piccole gocce e le porta alle tue labbra, poi scompare per essere accarezzato da quella lingua che fino a poco prima sfiorava le mie dita.
"Voglio avere un ricordo del tuo sapore, dopo..." la voce è calda, ma mi da un brivido di freddo.
Ti chini rapida e mi sfiori le labbra con un bacio, poi ti alzi e ti avvii verso la porta della camera.
Una goccia sulla mia fronte scorre come se ti accompagnasse.
Apri la porta e ne esci, rapida, senza voltarti indietro, e mi sembra di poter leggere chiaramente sospeso sopra di te il pensiero della scusa da raccontargli, del pomeriggio dalle amiche e di cosa fermarti a comprare per cucinare stasera, mentre con lo sguardo furtivo cercherai di capire se quei segni rossi siano già andati via o dovrai inventarti un altro mal di testa.
E mi chiedo, mentre la porta si chiude come se tu non fossi mai esistita, per quanto tempo ancora riusciremo a vivere così.
E solo ora mi accorgo, come se prima non lo avessi mai saputo, che spesso la porta del paradiso e quella dell'inferno è la stessa.
Lenta, un millimetro dopo l'altro, la goccia di sudore scende lungo la tua fronte. Calma, con una lentezza impressionante, incurante del mondo intorno.
La guardo, e mi ritrovo a pensare di come in certi momenti ci si soffermi ad osservare piccoli particolari insignificanti, attimi di vita che poi ti resteranno dentro per sempre, scatti venuti a caso per un particolarissimo album dei ricordi.
Ti muovi con frenesia, sotto i miei colpi. La goccia continua a scendere e finisce sulle sopracciglia ben disegnate, per unirsi alle altre, senza scomporsi nonostante il tuo tremare, vibrare, scuotere la testa ad ogni mio tocco.
Mi chiedo per un attimo quante altre gocce serviranno per crearne una abbastanza grande da cadere sui tuoi seni, magari al prossimo colpo.
Le braccia tese in alto e piegate dietro la nuca, legate per i polsi fissati al corsetto, costringono il petto ad esporsi, fiero. Tutto il tuo corpo è teso, vibra, guardo i muscoli guizzanti e sodi tremare come in attesa di uno scatto, del tuffo in acqua, dell'uscita dai blocchi.
Hai un corpo modellato dall'esercizio fisico, mi è piaciuto subito.
La pelle è calda sotto le dita, splendidamente chiara in contrasto con il nero del cuoio che ti orna il busto, i polsi, il collo.
E' ora di porre fine a questo momento che vorrei durasse per sempre.
Il flogger colpisce un'ultima volta il tuo corpo, sui seni esposti appaiono quasi come per magia sottili strisce rosse a testimoniarne il passaggio.
Il colpo è stato più pesante, le punte hanno centrato i capezzoli. La tua reazione non è uno scatto o un urlo, ma un tremito, che ti fa muovere convulsamente.
La goccia si stacca, e cade con una lentezza quasi impossibile sul tuo petto, mescolandosi alle altre già lì.
Lascio scivolare lo strumento a terra, le strisce di cuoio scorrono nella mano finché il manico tocca il pavimento, solo allora le dita si aprono e ti sfiorano il pube, giocano con i tuoi umori, entrano in te.
Con la bocca sfioro i seni, la lingua raccoglie il sapore della tua pelle, lo sposta, lo sparge sui capezzoli.
Il tuo ventre inizia a tremare, sento le contrazioni sulle dita, potrei smettere ora e sarebbe allungare ancora il tuo tormento.
Succhio i capezzoli, e le dita scorrono più veloci in te. E' un attimo e stai godendo. E continui, ancora, a lungo, finché sono in te.
Poi i polsi sono liberati, la tensione si scioglie, ti accoccoli tra le mie braccia e lentamente ti sollevo e ti porto sul letto.
Ti lasci cullare dal mio respiro, la testa appoggiata contro il mio petto.
Il tempo che sembra eterno, ma che sappiamo entrambi non esserlo.
Quasi con pudore lasci che lo sguardo che prima seguiva il mio profilo ora cada sulla radiosveglia, li sul comodino.
Un'ombra nei tuoi occhi annuncia che il tempo a mia disposizione è finito.
Lenta, come una gatta che si stiracchia, sollevi il corpo dal mio e ti avvii verso il bagno. Nella scarsa luce dorata del tardo pomeriggio osservo i segni del nostro incontro che abbracciano la tua pelle, poi scompari sotto il rumore dell'acqua.
Vorrei venire da te, ma so che non è il caso. Non farei altro che prolungare un'agonia inevitabile.
I rumori dei tuoi piedi sul pavimento, poi ti mescoli con le ombre della camera, cercando i tuoi indumenti nel mucchio informe che si è creato a terra, opera della fretta di aversi.
Con gesti meccanici riagganci il reggiseno, infili il perizoma, poi fai scomparire i segni nei jeans e nella corta maglia bianca.
Il caldo nella mia camera non è elevato, ma il pensiero di lasciarti andare mi rende pesante vivere, e ne sento i frutti scorrere sulla fronte.
Siedi accanto a me, sul bordo del letto. Sorridi, e non so perché in quel sorriso leggo una nota amara.
Il tuo dito scorre lento sulla mia pelle, raccoglie le piccole gocce e le porta alle tue labbra, poi scompare per essere accarezzato da quella lingua che fino a poco prima sfiorava le mie dita.
"Voglio avere un ricordo del tuo sapore, dopo..." la voce è calda, ma mi da un brivido di freddo.
Ti chini rapida e mi sfiori le labbra con un bacio, poi ti alzi e ti avvii verso la porta della camera.
Una goccia sulla mia fronte scorre come se ti accompagnasse.
Apri la porta e ne esci, rapida, senza voltarti indietro, e mi sembra di poter leggere chiaramente sospeso sopra di te il pensiero della scusa da raccontargli, del pomeriggio dalle amiche e di cosa fermarti a comprare per cucinare stasera, mentre con lo sguardo furtivo cercherai di capire se quei segni rossi siano già andati via o dovrai inventarti un altro mal di testa.
E mi chiedo, mentre la porta si chiude come se tu non fossi mai esistita, per quanto tempo ancora riusciremo a vivere così.
E solo ora mi accorgo, come se prima non lo avessi mai saputo, che spesso la porta del paradiso e quella dell'inferno è la stessa.