.Tequila.


 

Partì velocemente, alla prima scossa, scese giù, attraverso il collo, attorcigliandosi su se stessa, adagiandosi e crescendo, fino a metà del bicchiere. Fece il bis in quello a fianco. Poi venne l'altra, con le sue bollicine ribelli. Stessa mossa. Quindi il barman prese il sottobicchiere, lo poggiò sul vetro e, stringendo con le dita sui bordi, lo tirò su, veloce, per poi reinvertire la rotta. Tum; tum. Il tempo di dirlo e le due tequila stavano già risalendo le pareti dello stomaco.
Tre e tre. Marcello ed io certo non avevano perso tempo. Dovevano festeggiare. Mancavano solo 48 ore. Poi si tornava giù. Due giorni ancora e lui si sarebbe sposato. Un salto nel buio, un addio alle nostre notti passate fuori. Ed ora. Bisognava provare qualcosa altro. La bum bum però mi prendeva. E così passammo alla quarta, di fila. La sentivo salire su e giù nello stomaco. Forse avevo esagerato. Ma no! alla fine era così che si doveva fare. Chi se ne frega.
"Ciao", e lasciammo una trentinadimilalire sul banco. Fuori la sera era fresca, umida appena. Per noi si faceva calda, appena un po', ma si sudava.
La vecchia golf fumava di nero. La bellezza del diesel. Partì lenta e cattiva. Il lungo mare pareva sgranchirsi al nostro passaggio. "Ed ora dove andiamo?". Abbassai il finestrino in volata, la testa fuori a raccogliere aria e restituire vomito. Un lunga vomitata. Sembravo un drago. Marcello rallentò per entrare nell'area di servizio. Sbattemmo un po' per infilare una dieci nel self service. Il viscidume scolava giù sulla carrozzeria blu. L'odore del diesel si impossessò delle mie narici.
Arrivò una Twingo celeste. Fece per fermarsi. Poi no. Alla fine quella spense il motore. Scese dalla macchina. Io guardai Marcello. Lei infilò i soldi nella macchinetta, mentre la nostra pompa riconquistava il silenzio. Era bella, con un vestitino leggero, scuro, con i fiorellini colorati. Trasparente. Entrammo nella macchina. Quella ormai aveva quasi finito di fare benzina. "Hai visto come ci guardava?", dissi. "Si l'ho vista" disse Marcello. Nell'ombra vidi il suo sorriso. Ci eravamo capiti. Si fermò, fece retromarcia su una stradina laterale. Lei passò. Aveva spento le luci e le accese di nuovo. Accellerò. Eravamo dietro alla Twingo. Marcello fece con gli abbaglianti. Due stacchi, repentini, come la polizia. Gli stop della Twingo fecero per rallentare. "Questa ci sta", dissi io. "Ora ci fermiamo, vedrai che vorrà leccarcelo". Marcello però si fece avanti, quasi attaccato, poi si spostò sulla sinistra, per sorpassare. Passò avanti, rallentò. Un lungo suono di clacson dietro di noi. Andammo avanti un po', poi lui spinse sul freno. Ci inchiodammo. La Twingo si attaccò al paraurti posteriore. Un tocco leggero. Scendemmo dalla macchina. Per strada non c'era nessuno. Lei aveva la macchina chiusa, i finestrini alzati. Marcello la invitò a scendere. Sembrava gentile. Lei mise in moto. Lui prese una grossa pietra da terra, un colpo al finestrino. Pezzi di vetro dappertutto. "Scendi puttana" urlò. Quella non voleva. Io ero eccitato. Quella piangeva, aveva pezzi di vetro sul corpo, sul viso. Sangue che scendeva giù lento: si era tagliata. La macchina si spense con un singhiozzo. Marcello aveva aperto lo sportello. Afferrò i polsi, la tirò fuori. Era alta, terrorizzata. Si dimenava. Io era lì, affianco. Me lo tirai fuori, duro. Alzai quei veli neri, strappai giù gli slip. Toccava a Marcello, però. E lui entrò dentro di lei. Quella urlava. Non c'era nessuno. Urlava e si dimenava. Poi toccò a e me. Era proprio calda. Me l'aspettavo più bagnata, però era calda.
Ormai sbatteva di meno. Io stavo per arrivare. La guardai negli occhi. Piangeva. "Perché piangi?" dissi, e le tirai uno schiaffo.