| Era un sabato
pomeriggio di una tiepida giornata di tarda primavera. Io e lei decidemmo
di uscire, senza una meta, e dirigerci dalla parte in cui il vento soffiava
più intenso. E così facemmo. Cavalcando la nostra roboante
moto imboccammo la prima strada che ci portasse in quella direzione.
La strada ci conduceva diretti al confine urbano. Le prime campagne coprivano
la nostra vista. Case e persone sembravano diradarsi ad ogni metro percorso.
Lo scenario, forse favorito anche dalla nostra necessità di solitudine,
sembrava sempre più sgombro; fino a raggiungere la pura assenza
di individui; solo pochi sparsi e disordinati stormi di rondini presenziavano
di tanto in tanto alla nostra breve fuga.
A mano a mano che la velocità incalzava, la percezione dei nostri
sensi sembrava aumentare. Una serie continua di odori ci solleticava l'olfatto,
mentre la nostra pelle diveniva sempre più sensibile al tatto,
che l'aria fresca del vespro rendeva assai più aspra e ruvida.
Da dietro il vento che ci spingeva e di fronte il contrasto dell'aria
facevano sì da farci quasi sentire come sospesi nell'aria, mentre
una sottile foschia rendeva ancora più surreale questa sensazione.
Sentivo il suo seno premere sulla mia schiena. Il suo calore non mi faceva
rendere conto dell'aria che stava sempre più raffrescando. Quest'insieme
di sensazioni mi rendeva ancora più sollecito del mio solito agli
stimoli della carne. I miei pantaloni di pelle a quel punto stentavano
a contenere il mio sesso che ad ogni metro percorso diveniva sempre più
consistente. Senza che le dicessi niente, sentii all'improvviso la sua
mano destra scivolare dal mio petto, a cui si aggrappava, verso il basso,
al fine di abbassarmi la lampo degli ormai strinti calzoni. Senza quasi
accorgermene mi ritrovai, oltre al vento che mi percorreva tutto, col
mio pistone che, contrariamente a quello della moto, rimaneva immobile
mentre la sua mano, come un cilindro, percorreva avanti e indietro quella
strada che così tanto bene conosceva. Inversamente proporzionale,
all'incremento della velocità della mano corrispondeva un rallentamento
della velocità del mezzo. A un certo punto il mio piacere divenne
così insostenibile che una serie di rivoli bianchi fluirono prepotentemente
dalla stretta impugnatura, elevandosi fino al punto da farsi trasportare
dalla corrente provocata dalla compressione dell'aria per poi finire la
loro vita su quegli splendidi e luminosi capelli color antracite, su cui
spiccavano quasi come un prezioso diadema di brillanti. Senza nemmeno
il tempo e la volontà di riporre all'intermo dei pantaloni il mio
organo, iniziai a rallentare fino ad accostare e fermarmi in un cantuccio
isolato di quella campagna così acre ma profumata. Il sole sembrava
nascondersi e scomparire dietro quegli alti pini, mentre dai larici un
sottile odore di muschio stuzzicava nuovamente i miei appetiti e rinvigoriva
i suoi. Stendemmo così sopra il terreno reso umido dal crepuscolo
la vecchia coperta arrotolata sul portapacchi, e ci stendemmo, assaporando
quell'insieme di profumi di cui l'aria ci faceva dono. Lentamente iniziammo
a svestirci, restando con la sola biancheria. Da qui iniziammo a baciarci
e toccarci; le mie labbra sfioravano la sua bocca, il suo collo e le sue
spalle, mentre le mie mani scorrevano sulle sue sinuose gambe che incrociandosi
mi spingevano verso di lei; le sue invece terminavano di toglierci i pochi
indumenti che impedivano ai nostri corpi di godere appieno del calore
dell'altro. Una volta indossato il nostro costume adamitico, le nostre
bocche si incrociarono nuovamente, la mia lingua scorreva a volte lenta
a volte guizzante sulla calda superficie epidermica del suo collo e del
suo seno, scorrendo in circolo sui capezzoli, alternandosi con le labbra
che si dilettavano a strizzarli e mordicchiarli, in maniera che divenissero
sempre più turgidi e sensibili. Le mie mani, invece, scorrevano
dal suo seno sulla sua schiena e sui suoi glutei, oltrepassando i fianchi,
fino a raggiungere il suo organo, già rugiadoso come la brina sopra
le gramigne, ma caldo come latte appena munto. Le mie dita massaggiavano
la superficie di quelle labbra vogliose e umide, entrando e uscendo dal
loro caldo antro, permeandosi di quel gustoso e oleoso liquido, mentre
le sue si trovavano già impegnate a stringere la mia sbarra facendola
scorrere tra le sue mani, prima l'una e poi l'altra, senza quasi mai fermarsi.
Le sue instancabili mani sentivano il mio organo crescere dentro di loro,
fino a renderlo sempre più rigido.
A un certo punto la mia lingua, dal seno inizia a scendere verso il basso,
passando lentamente da sopra lo stomaco, soffermandosi sul ruvido ombelico
(insalivandolo copiosamente), per giungere infine alla sua fessura sempre
più calda e fradicia. Così, mentre talune volte col pollice
e l'indice tenevo allargato il suo sesso, e altre ancora vi penetravo
gli stessi mantenendo aperte quelle elastiche labbra sempre più
ammorbidite dai miei massaggi, la mia lingua percorreva la sua circonferenza
dal di fuori e dall'interno, tentando di penetrarvi. Nel frattempo che
la mia lingua, mescolata nella mia bocca col suo liquido, procedeva lungo
le labbra carnose del suo sesso e del suo clitoride, sui quali alternavo
colpi di lingua e pizzicotti, ella raggiungeva con la sua bocca il mio
organo, scoprendone innanzitutto la testa e poi stringerne la punta tra
le labbra. Una mano mi massaggiava e stuzzicava i testicoli, mentre l'altra
impugnava l'asta. Quando ormai la punta era divenuta rosso scuro e gonfia,
iniziò lentamente a scendere verso il basso, con le labbra leggermente
serrate, per poi arrivare a sfiorare la mano che stimolava la superficie
testicolare, e risalire a labbra ancora più strette e appena appena
più veloce della ridiscesa.
Andammo avanti così per un bel po', finché dal suo organo
le gocce di liquido iniziavano a cadere in maniera sempre più intensa,
fino a colare come la resina appiccicosa dei pini che sembravano osservarci.
A quel punto il piacere era divenuto insopportabile, così decidemmo
inizialmente di rallentare un attimo i nostri rispettivi ritmi, e poi
di cambiare posizione. Così da sopra di me com'era, si distese
di spalle, ed io mi accasciai delicatamente su di lei. Mentre le nostre
bocche e le nostre lingue nuovamente s'incontravano e si scontravano in
un turbinio di baci e morsetti sulle labbra, sul collo e sui nostri capezzoli,
i nostri sessi si stavano avvicinando l'uno all'altro: la punta ancora
coperta della sua saliva si appoggiava decisa alla sua fessura, resa ancor
più inzuppata dalla mia salivazione e dalla crescente eccitazione,
e spingendo lentamente entravo dentro di lei. La mia asta scivolò
dentro come un'anguilla, quasi assorbita da quello scuro pertugio. Inizialmente
il mio ritmo era lento, quasi stanco, malgrado l'insoffribile eccitamento,
ma a mano a mano che spingevo i miei colpi divenivano sempre più
forti. Andammo avanti non so per quanto; sempre con lo stesso ritmo; quasi
senza sfiorarci. Solo i nostri sessi erano coinvolti appieno; il resto
del nostro corpo sembrava insensibile, ma la nostra attenzione non era
affatto concentrata sui nostri genitali, ma sembrava essere altrove, come
se stesse aleggiando sopra di noi, scrutandoci, come il sole che ormai
da lontano sembrava spiarci e la luna sempre più grande e vicina
seguirci anch'essa. Il tramonto ci stava regalando anche una leggera brezza,
che accarezzava il nostro corpo e rendeva ancora più sensibili
e solleciti al piacere i nostri sensi; e i nostri sessi in particolare.
Ad un certo punto fu come risvegliarsi da un lungo sonno. Non vedevo più
me stesso mentre spingevo con possenti colpi di reni la creatura che mi
stava donando tanto piacere, ma solo i nostri sessi ricongiunti che, l'uno
dentro l'altro, non attendevano altro che di potersi finalmente placare.
Sicché, ebbi lo slancio di aumentare repentinamente il ritmo. I
miei colpi da forti divennero violenti; tanto che i nostri gemiti sembravano
elevarsi e giungere fino alle stelle più distanti. Ad ogni mio
colpo ben assestato corrispondeva una sua leggera spinta in avanti, facendo
sì che la mia asta riuscisse a penetrare completamente all'interno
di lei. Ogni qualvolta ciò accadeva sentivo i miei testicoli sbattere
contro di lei, imbrattandosi anch'essi del suo caldo miele.
Il nostro godimento era ormai giunto allo stremo; la sublime estasi stava
per investirci con tutte le forze di cui disponeva. Pochi attimi prima
i nostri corpi si erano ricongiunti nuovamente, bocca contro bocca, petto
contro petto, mano nella mano. Lei per prima, tradita da un intenso gemito
vocale e spasmodico del suo intero corpo, il quale irrigidito si presentava
al mio tatto ancora più caldo del solito, fu colpita dal piacere
supremo, mentre le sue mani si stringevano alle mie e sembravano non volerle
abbandonare mai più. Finché, lentamente, il rigore del suo
corpo, così come era giunto, iniziò a svanire, come la forte
morsa delle sue mani contro le mie. Pochi attimi dopo, in coincidenza
col sopraggiungere del suo rilassamento, giunse il mio turno di essere
travolto dall'orgasmo. Il mio sesso palpitava impazzito, le mie mani strizzavano
i suoi seni, mentre le sue, le mie natiche. Sentivo il calore di tutto
il mio corpo concentrarsi tutto lì, sul mio organo, che faceva
da tramite tra me e il nirvana. Tanto mi sentivo elevato che, anche se
per un solo attimo, riconobbi in me un adamo, e le conifere intorno come
il suo eden. Finalmente anche la mia estasi giungeva a compimento. Ebbi
solo un attimo per rendermi conto che non potevo più aspettare.
Uscii da dentro di lei, mi misi disteso di spalle e aspettai che la sua
bocca avida si occupasse di nuovo del mio strumento, ormai zuppo dell'insieme
dei suoi liquidi che lo ricoprivano abbondantemente. Ella avvicinò
dunque la sua bocca alla mia asta, facendola in un sol colpo scomparire
quasi per intero dentro l'altro antro non certo invidioso di quello precedente.
Ma breve fu il tempo che trascorse prima che una serie di zampilli flottassero
al suo interno. Dopo i quali, un'altra serie invase il suo intero volto,
colando e sporcando maggior parte del suo seno e dello stomaco. Infine,
per ironia della sorte (chissà come), un'isolata goccia riuscì,
debolmente ma inesorabile, a giungere al suo organo, mischiandosi agli
altri suoi umori, soffermandosi proprio, oltrepassando persino la barriera
del suo folto e bruno cespuglio, su quelle labbra ancora così tanto
surriscaldate e umide. Dunque, esattamente nello stesso punto in cui ebbe
avuto origine il piacere che ne permise la fuoriuscita. Proprio in quel
mentre, un penetrante odore di muschio si confondeva con quello delle
nostre secrezioni.
Finalmente, accasciati sulla stessa vecchia coperta testimone del nostro
godimento, ci lasciammo andare.
Rimanemmo lì per l'intera nottata. Anche le anime invisibili del
bosco sembravano appagate. Il sole ormai era solo una figura lontana,
sia dalla vista che dalla mente; mentre la luna ancora non cessava il
suo sorvegliare; tanto da sentirci quasi imbarazzati dalla sua presenza.
Trascorremmo così l'intera notte. L'indomani mattina, il sole,
sorridendoci nuovamente, ci accompagnò per tutto il viaggio di
ritorno.
Questa è stata purtroppo l'unica delle nostre avventure pionieristiche;
per ora; ma chi può mai dire cosa riserva il destino o la natura!
E se il vento avesse soffiato in un'altra direzione? Esempio quella opposta?
Avremmo imboccato quell'altra via! E che sarebbe potuto succedere? Nessuno
è in grado di saperlo! Forse... Ma no! nemmeno il cielo! Chissà!!
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